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Avere un blog è una cosa stressante. Chi ne ha uno lo sa, chi non ce l'ha farebbe bene a tenersi alla larga da questo mondo.
Se ne dicono tante sui blog, e ognuno ha la sua teoria: se proprio ve ne devo scegliere una, tanto per farvi capire di che si tratta, proverei così. Ma una vale l'altra in realtà. Perchè l'unico vero motivo per cui siamo tutti qui a scrivere e leggere è che abbiamo tempo da perdere. Certo, non lo ammetteremo mai, anzi siamo in grado di investire ore a spiegarvi che no, non è
vero, questo è il futuro, il nuovo modo di fare informazione, opinione e cose così. Tutte sciocchezze, ovvio.
Comunque sia la cosa è abbastanza semplice: uno scrive, gli altri commentano (se vogliono). E' ovvio che un rapporto così ripetitivo finisce per logorarsi prima o poi, colpa della routine. Per questo mi fa pensare a un matrimonio, o qualcosa del genere. Quando ti prende la stanchezza, non è che ci puoi far molto.
Qualche ritocco grafico, un paio di cambi nelle rubriche, un'aggiustata ai link e tutto sembra nuovo.





 





 

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1 febbraio 2008

No, il dibattito no!

Granieri dice cose interessanti in questo post sulla politica e la rete.
Siccome, nel mio piccolo, di politica vivo e qui bazzico da un po’, ci tengo a dire anche io la mia. Che su molte cose non è diversa dalla sua: sono perfettamente d’accordo che la vera dimensione politica della rete è la possibilità per tutti di esprimere la propria posizione pubblicamente e che il resto sono chiacchiere per fare bella figura. E che, come in ogni network (digitale o non) le interrelazioni e gli scambi di opinioni e di idee tra i diversi soggetti contribuiscono a orientarne i comportamenti. E non c’è dubbio che la politica potrebbe e dovrebbe “ascoltare” di più quello che viene dalla rete. Di più, provare a partecipare alla formazione della discussione nella rete.
Però c’è una parte del ragionamento di Granieri che non mi convince, e non mi convince per diverse ragioni ma soprattutto per quello che mi dice la mia esperienza personale.
Ma andiamo con ordine.
Il punto per me meno digeribile è tutto spiegato in quelle due righe in cui Granirei dice che “Cresce la distanza tra un mondo più evoluto, più collettivamente in grado di prendere decisioni informate (ecc.) e l'attuale classe politica, che si è formata in epoche in cui il mondo funzionava in maniera differente”.
Non mi convince soprattutto quel “più evoluto”. Innanzitutto perché fatico a considerare le reti che si formano o si potrebbero formare sul web più democratiche o più libere da condizionamenti di quelle, siano organizzate in partiti, in sindacati, in associazioni in quello che vi pare a voi, che si formano offline. E non mi convince nemmeno fino in fondo la contrapposizione tra media tradizionali e web. Non perché non ci siano differenze, per carità. Ma perché, qui ed ora, è ovvio che anche l’informazione e la formazione delle opinioni in rete è tutt’altro che priva di condizionamenti.
Per usare un argomento di scuola, il salotto buono esiste nei media tradizionali ed esiste anche qui da noi. E il modo in cui si è formato qui da noi non è privo di condizionamenti. Limitandomi a citare persone che stimo e leggo, è evidente che Sofri e Rocca sono stati aiutati a divenire opinion leader qui da noi anche (e sottolineo anche) perché inizialmente sono stati “segnalati” da un noto quotidiano.
Esattamente come il meritatissimo successo di nova24 è frutto della strategia editoriale di un grande gruppo. Per non parlare di Grillo. O, nel piccolo, di questo blog che inizialmente si giovò dell'essere citato più volte dai media tradizionali.
Ed è altrettanto evidente che la difficoltà di accesso al mainstream di questo mondo non è poi così tanto inferiore a quella del mondo reale. Insomma, nella rete tendono a ripetersi le stesse dinamiche che sono tipiche dei media tradizionali.
Ma su questo credo che siamo (più o meno) d’accordo.
Come immagino che siamo d’accordo sul fatto che una politica buona, che voglia ascoltare le esigenze e le necessità dei cittadini non potrebbe limitarsi ad ascoltare quello che viene da qui abbandonando i tanto vituperati "vecchi metodi", per il semplice fatto che si condannerebbe all’isolamento, tagliando fuori la stragrande parte di questo paese che in una sezione sa come andarci (poi non ci va, e questo è uno dei problemi della politica) ma che un blog non sa nemmeno cos’è.
Quello su cui invece sono sicuro che non siamo d’accordo è sull’utilità di ciò che oggi si ascolta.
Nel senso che, dal mio punto di vista che è quello di uno che fa politica e che in questi anni ha fatto parte, pur con responsabilità modeste, del tanto vituperato governo Prodi, ascoltare la rete e partecipare al suo dibattito è servito a poco.
L’ho fatto ogni santo giorno per passione, per divertimento, anche solo per cercare gli spunti necessari a scrivere qualcosa sul mio blog. Ma non per orientare le scelte. Non perché mi interessa solo quello che viene da dentro il sistema (e anche su cosa è dentro e cosa è fuori ci sarebbe da discutere a lungo), ma perché c’era poco che non avessi già sentito.
E davvero non ho trovato, nelle considerazioni politiche e nella discussione che si è sviluppata con le modalità partecipative tipiche del mezzo nulla di nuovo.
Dirò di più e di peggio, nulla di “culturalmente autonomo”.
Per tagliarla con l’accetta, oggi sui blog italiani (generalizzo e provoco per capirci, siate buoni) si trova niente di più niente di meno la lettura dell’Italia e del mondo che ne fanno i grandi media. Certo, ognuno si orienta a seconda delle proprie predilezioni. Ma la blogosfera è piena di tanti piccoli Giavazzi, di tanti piccoli Beppe Grillo e così via.
Non c’è niente di male in questo, per carità. E’ del tutto naturale e legittimo che uno legga la realtà secondo categorie che reputa convincenti. E che da quelle categoria faccia discendere proposte, istanze, riflessioni.
Però, finchè sarà così, pretendere che questo sia un mondo “più evoluto” e innovativo e non l’ennesimo strumento attraverso cui si la società rappresenta se stessa o una sua parte è francamente complicato. E davvero non è detto che da qui vengano indicazioni più originali che da un incontro vecchio stile con i lavoratori di non so quale azienda agricola.
Davvero è tutto qui? Davvero meglio di così non si può fare? Forse no. E allora il problema non è solo della politica che non ascolta, ma anche di chi comunica e fa opinione qui sopra. Cioè di tutti noi. Forse semplicemente non siamo ancora venuti a capo di come questa roba può dare un contributo nuovo alla politica.
E non limitarsi a essere quello che è oggi, ovvero uno dei tanti strumenti del dibattito pubblico.
Insomma, secondo me non stiamo cogliendo il punto.


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permalink | inviato da orfini il 1/2/2008 alle 1:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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