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Avere un blog è una cosa stressante. Chi ne ha uno lo sa, chi non ce l'ha farebbe bene a tenersi alla larga da questo mondo.
Se ne dicono tante sui blog, e ognuno ha la sua teoria: se proprio ve ne devo scegliere una, tanto per farvi capire di che si tratta, proverei così. Ma una vale l'altra in realtà. Perchè l'unico vero motivo per cui siamo tutti qui a scrivere e leggere è che abbiamo tempo da perdere. Certo, non lo ammetteremo mai, anzi siamo in grado di investire ore a spiegarvi che no, non è
vero, questo è il futuro, il nuovo modo di fare informazione, opinione e cose così. Tutte sciocchezze, ovvio.
Comunque sia la cosa è abbastanza semplice: uno scrive, gli altri commentano (se vogliono). E' ovvio che un rapporto così ripetitivo finisce per logorarsi prima o poi, colpa della routine. Per questo mi fa pensare a un matrimonio, o qualcosa del genere. Quando ti prende la stanchezza, non è che ci puoi far molto.
Qualche ritocco grafico, un paio di cambi nelle rubriche, un'aggiustata ai link e tutto sembra nuovo.





 





 

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12 novembre 2004

Madeleine

Ieri pomeriggio sono tornato a scuola. Sono tornato al Mamiani. Non ci entravo da 7-8 anni almeno. Sono entrato dal cancello principale e mi sono guardato intorno, ho cercato il gradino dove mi sedevo in cortile, la palestra dove giocavo a basket e dove si facevano le assemblee, le fontante dove si buttavano i quartini (e non solo). E poi le scale fatte migliaia di volte, i termosifoni, i corridoi. E l'aula magna. Sempre uguale, con un vecchio piano scordato di lato e il tavolone su cui ci si sedeva per parlare al comitato studentesco. Era tutto lì, dove lo avevo lasciato. Anche i professori erano più o meno gli stessi. C'era persino ciccio, che in quella stessa aula qualche anno dopo che io ne uscii sostenne epici "uno contro tutti" in difesa del riformismo.
A vedere il Mamiani così, tutto sommato immutabile nel tempo, si prova uno strano mix di emozioni. Da un lato l'idea di un piacevole tornare alla casa del passato, dall'altro un velo di tristezza a pensare che tutto sommato quei cinque anni sono solo uno dei tanti cicli che quelle mura vedono passare e che se per noi sono indimenticabili forse al Mamiani non lasciano nulla. E' un rapporto impari, lui ti dà molto, tu niente.
Ma mi sbagliavo. Nascosta in un angolo, sopra ad uno dei miei termosifoni preferiti, c'era una scritta. Fatta con un pennarello blu: "Casarini guardia", diceva.
E ho subito capito che quello era il modo, affettuoso e complice, con cui la nostra vecchia scuola aveva deciso di salutarci.
Prima di uscire l'ho guardata un'ultima volta, ho appoggiato la mano sulla porta come facevo allora (a quei tempi mi sembrava un gesto molto teatrale) e me ne sono andato a casa contento.




permalink | inviato da il 12/11/2004 alle 12:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (32) | Versione per la stampa
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