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Avere un blog è una cosa stressante. Chi ne ha uno lo sa, chi non ce l'ha farebbe bene a tenersi alla larga da questo mondo.
Se ne dicono tante sui blog, e ognuno ha la sua teoria: se proprio ve ne devo scegliere una, tanto per farvi capire di che si tratta, proverei così. Ma una vale l'altra in realtà. Perchè l'unico vero motivo per cui siamo tutti qui a scrivere e leggere è che abbiamo tempo da perdere. Certo, non lo ammetteremo mai, anzi siamo in grado di investire ore a spiegarvi che no, non è
vero, questo è il futuro, il nuovo modo di fare informazione, opinione e cose così. Tutte sciocchezze, ovvio.
Comunque sia la cosa è abbastanza semplice: uno scrive, gli altri commentano (se vogliono). E' ovvio che un rapporto così ripetitivo finisce per logorarsi prima o poi, colpa della routine. Per questo mi fa pensare a un matrimonio, o qualcosa del genere. Quando ti prende la stanchezza, non è che ci puoi far molto.
Qualche ritocco grafico, un paio di cambi nelle rubriche, un'aggiustata ai link e tutto sembra nuovo.





 





 

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18 maggio 2004

Un pomeriggio a Corviale

“Aò, ma ndo gli hai rubati quegli occhi?”. E’ iniziato così il mio pomeriggio di ieri a Corviale. Gli occhi belli non erano i miei, ma quelli di M., che mi ha accompagnato per fare un po’ di foto. A farle la domanda era il segretario della sezione di Corviale. Per chi non lo sapesse, Corviale è un palazzone alto nove piani e lungo un chilometro con 1200 alloggi popolari (che vuol dire che ci vivono più di 5000 persone). La prima volta che l’ho visto era notte e pioveva. Io me ne stavo alla guida della mia vecchia 500 bianca, non si vedeva nulla, i lampioni erano rotti, era pieno di nuvole. A un certo punto sulla destra ho visto un'enorme macchia nera, con delle flebili luci verdi verticali. Era lui, il “serpentone” con i suoi ascensori (sempre rotti, almeno pare). Ieri ci sono tornato per accompagnare Lilli Gruber. Che sebbene sia candidata in due collegi, cioè 10 regioni, ha accettato volentieri di passare un pomeriggio in quello che per anni è stato (in parte ingiustamente) considerato il simbolo del degrado delle periferie romane. L’abbiamo portata al centro anziani, poi in una polisportiva. Alla fine del giro lei è andata via ed io, sempre più convinto che prenderà più preferenza di Berlusconi, sono rimasto a chiacchierare con i compagni della sezione. Perché è la parte più bella di queste frenetiche giornate elettorali, quando arriva sera, hai quasi finito, e ti ritrovi in un posto che non conosci, con gente che non conosci che ti racconta degli ascensori rotti, della nuova biblioteca, dell’amplificazione in sezione che non c’è, del laboratorio teatrale. E tu ti senti subito tra amici.




permalink | inviato da il 18/5/2004 alle 17:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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