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Avere un blog è una cosa stressante. Chi ne ha uno lo sa, chi non ce l'ha farebbe bene a tenersi alla larga da questo mondo.
Se ne dicono tante sui blog, e ognuno ha la sua teoria: se proprio ve ne devo scegliere una, tanto per farvi capire di che si tratta, proverei così. Ma una vale l'altra in realtà. Perchè l'unico vero motivo per cui siamo tutti qui a scrivere e leggere è che abbiamo tempo da perdere. Certo, non lo ammetteremo mai, anzi siamo in grado di investire ore a spiegarvi che no, non è
vero, questo è il futuro, il nuovo modo di fare informazione, opinione e cose così. Tutte sciocchezze, ovvio.
Comunque sia la cosa è abbastanza semplice: uno scrive, gli altri commentano (se vogliono). E' ovvio che un rapporto così ripetitivo finisce per logorarsi prima o poi, colpa della routine. Per questo mi fa pensare a un matrimonio, o qualcosa del genere. Quando ti prende la stanchezza, non è che ci puoi far molto.
Qualche ritocco grafico, un paio di cambi nelle rubriche, un'aggiustata ai link e tutto sembra nuovo.





 





 

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31 dicembre 2010

A proposito della "sfida" di Marchionne

Dall'Unità di oggi.

L'Europa è nel pieno di una crisi economica che ogni giorno presenta un conto socialmente più elevato: aziende che chiudono, disoccupazione che cresce, insicurezza dei destini di vita che accomuna fasce sempre più ampie di cittadini. In Italia la situazione è resa ancor più grave dall'assenza di politiche di sviluppo che favoriscano la ripresa.
La crisi è il campo di battaglia su cui si decide il futuro di una parte del mondo che sta perdendo la sua storica centralità, l'Occidente (e in particolare l'Europa). Conquiste di civiltà che credevamo ormai acquisite rischiano di essere messe in discussione dall'impatto della competizione globale con i paesi emergenti. Quale sarà la direzione che prenderà l'uscita dalla crisi? Cosa diventeranno le nostre società? Dobbiamo rinunciare a quella miracolosa quadratura del cerchio che in Europa ha tenuto insieme diritti, opportunità e sviluppo, e considerare inevitabile l'aumento delle diseguaglianze, il trionfo di un individualismo egocentrico e disperato, la crescita dell'emarginazione e della miseria, con il conseguente aumento della violenza e del senso d'insicurezza, nel generale imbarbarimento dei rapporti sociali e civili che molti raccontano come frutto ineluttabile della modernità? O invece c'è ancora lo spazio per cambiare strada e dare una prospettiva di progresso ai nostri destini di europei?
D'altra parte, è proprio la natura epocale del passaggio che stiamo attraversando che rende così lacerante, anche tra di noi, la discussione sulle scelte della Fiat. Su una cosa sono infatti tutti d'accordo: quello che sta accadendo non può essere sottovalutato, ridotto alla questione del destino di questo o quel singolo stabilimento, perché avrà un effetto sistemico profondo.
Qualche settimana fa, sul Foglio, Paolo Mieli ha definito le scelte di Marchionne "il bandolo americano da tirare per disbrogliare la grande crisi europea", imponendo di conseguenza coerenza nell'istruzione, nella sanità, nel welfare, nell'organizzazione dello stato. Proprio un bel programmino, non c'è che dire, se guardiamo a istruzione, sanità e welfare americani.
Questo dunque è il livello della cosiddetta "sfida di Marchionne". Certo, in questa vicenda si misura anche la capacità dell'Italia di consentire a una multinazionale che vuole investire nel nostro paese di farlo senza doversene pentire un minuto dopo, ma davvero non possiamo offrire uno schema diverso dalla passiva accettazione dello scambio tra lavoro e diritti? Qui non si tratta di essere amici, collaterali o subalterni verso questo o quel sindacato, di spostarsi a sinistra o a destra, ma di indicare quale idea di società abbiamo in mente. Dopo un ventennio di violenta redistribuzione della ricchezza che ha visto crollare i redditi da lavoro e impennarsi i redditi da capitale, dobbiamo chiedere oggi di sacrificare anche i diritti? O non è piuttosto nostro dovere scommettere su una società che produca ricchezza, valorizzando il lavoro e non umiliandolo? Su un'idea di impresa che non orienti le proprie scelte solo ed esclusivamente in base al margine di profitto, ma anche in base alla propria responsabilità sociale. Non è un discorso di estrema sinistra, mi pare. Anzi, sarei lieto che nel Pd gli eredi della tradizione cattolico-democratica ne rivendicassero la primogenitura (che ovviamente contesterei, ma sarebbe, questa sì, una gran bella polemica).
Puntare su questi obiettivi significa ricostruire quel nesso tra soggettività politica e lavoro che da troppo tempo abbiamo smarrito, per colpa della subalternità a un impianto conservatore con cui noi tutti, ma proprio tutti, abbiamo attraversato gli anni 90. E significa anche rimettere davvero radici nella società, cercando di ricomporre le nuove fratture che attraversano il mondo del lavoro. E così facendo dare una risposta alla crisi strisciante delle nostre democrazie, rese fragili dalla crescente sfiducia e disillusione di sempre più larghi segmenti della società che si autoescludono dal sistema della rappresentanza. Questa è la sfida che un grande partito come il nostro deve raccogliere, questo è il "bandolo" che dobbiamo afferrare.




permalink | inviato da orfini il 31/12/2010 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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