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24 novembre 2008
Cose laziali
Facciamo così, vi racconto una di quelle cose che secondo me non vanno bene nel modo in cui viene diretto oggi il pd. A Roma il sindaco è diventato Alemanno. Magari qualcuno di voi se ne è accorto. E’ successo qualche tempo fa, alle elezioni, dopo 15 anni di amministrazione di centrosinistra, con Rutelli prima e Veltroni poi. In un partito normale dopo una sconfitta del genere, che chiude un ciclo, di solito ci si ferma un attimo, ci si siede tutti intorno a un tavolo e si cerca di capire. Si riflette sugli errori, ma anche sui punti di forza dell’esperienza passata. Lo si può fare in molti modi, ma di solito è utile coinvolgere in quella discussione i militanti e gli elettori, così da uscire tutti insieme dalle difficoltà. Noi no. Niente di tutto questo. Un po’ perché eravamo nella fase in cui cercavamo di convincerci che le elezioni le avevamo vinte. Un po’ perché il gruppo dirigente del pd del lazio ha ritenuto più utile proporre di procedere intanto alla sostituzione del segretario regionale per poi affrontare la discussione. Il prescelto è stato Morassut, assessore all’urbanistica della giunta Veltroni: una soluzione di continuità totale (e rivendicata) con un’esperienza che, buona o cattiva che fosse, è culminata con una sconfitta epocale. Vi risparmio il racconto dei bizantinismi che hanno impedito lo svolgimento delle primarie. L’ultimo atto di questa vicenda è andato in scena ieri, con l’elezione nella platea regionale (quella delle primarie del 14 ottobre) di Morassut, con il 53% degli aventi diritto. Una parte del partito (dalemiani, lettiani, bindiani per stare alle definizioni giornalistiche) ha dato indicazione di non votare. Al loro non voto si è evidentemente sommato un dissenso interno all’area che sosteneva Morassut (veltroniani, popolari, rutelliani) che in quella platea poteva contare su un consenso di partenza di circa il 75%. Lo racconto per dire che, in questo come in tanti altri casi, chi non voleva Morassut non stava tramando, preparando rese dei conti, indebolendo leadership. Faceva solo una cosa che dovrebbe essere normale in ogni partito, ovvero esprimeva una posizione politica. Chiedeva di discutere e di anteporre il dibattito all’elezione del segretario, così da poter coinvolgere tutti e a tutti far comprendere le eventuali ragioni di divisione. Poi ci si sarebbe anche potuti dividere, come successo tante altre volte. Si è preferito procedere con arroganza, ottenendo il risultato di allontanare metà della già ridotta platea. Purtroppo vedo sui giornali di oggi che invece di prendere atto dell’errore, si rivendica un successo con dichiarazioni incredibili come quelle di Nicola Zingaretti, che arriva a definire l’area del non voto “fisiologica”. Il 47% di una platea che non partecipa all'elezione del segretario è un dato fisiologico? Ma dove? Da quando? Ecco, io credo che dirigere un partito così sia un errore drammatico. E sono convinto che sia dovere di chi non condivide queste scelte dirlo, anche a costo di beccarsi le inopportune e superficiali ramanzine di Scalfari. Naturalmente quello del Lazio è un caso, come tanti altri se ne potrebbero citare. Resta il fatto che davvero la rappresentazione che si vuole dare di una sorta di boicottaggio interno al pd è intollerabile. Forse ogni tanto vale la pena andare a indagare il merito delle cose, senza abbandonarsi a rappresentazioni di comodo. Quando si discute, si discute di qualcosa. E lo si fa per aiutare il partito democratico ad essere davvero un partito e ad essere davvero democratico.
Partito democratico
| inviato da orfini il 24/11/2008 alle 11:55 | |
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