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Avere un blog è una cosa stressante. Chi ne ha uno lo sa, chi non ce l'ha farebbe bene a tenersi alla larga da questo mondo.
Se ne dicono tante sui blog, e ognuno ha la sua teoria: se proprio ve ne devo scegliere una, tanto per farvi capire di che si tratta, proverei così. Ma una vale l'altra in realtà. Perchè l'unico vero motivo per cui siamo tutti qui a scrivere e leggere è che abbiamo tempo da perdere. Certo, non lo ammetteremo mai, anzi siamo in grado di investire ore a spiegarvi che no, non è
vero, questo è il futuro, il nuovo modo di fare informazione, opinione e cose così. Tutte sciocchezze, ovvio.
Comunque sia la cosa è abbastanza semplice: uno scrive, gli altri commentano (se vogliono). E' ovvio che un rapporto così ripetitivo finisce per logorarsi prima o poi, colpa della routine. Per questo mi fa pensare a un matrimonio, o qualcosa del genere. Quando ti prende la stanchezza, non è che ci puoi far molto.
Qualche ritocco grafico, un paio di cambi nelle rubriche, un'aggiustata ai link e tutto sembra nuovo.





 





 

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29 giugno 2011

Traslochi

Questo blog si trasferisce qui.
Non so se sarà una scelta definitiva, ma una cosa è certa: a questa casa qui sono affezionato, e continuerò a venire ogni tanto a spolverarla e tenerla in ordine magari solo per rovistare in qualche casseto e tirare fuori qualcosa di utile.




permalink | inviato da orfini il 29/6/2011 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

28 aprile 2011

Che poi, per una volta, ci siamo anche divertiti

Quando ci è venuta l'idea di festeggiare la Liberazione attraverso la musica, c'è tornato in mente il bellissimo cd che qualche anno fa fece il Manifesto e che ebbe il merito di far scoprire a un pubblico più ampio l'esistenza della musica indipendente italiana.

Da allora è passato molto tempo, la musica indipendente è per fortuna ben più affermata nonostante tutti i problemi di un settore che vive anni complicati.
Nel riprendere quella suggestione abbiamo provato a chiedere agli artisti coinvolti uno sforzo di sperimentazione, provando a giocare un po' sui generi e sulle commistioni.
Ne è venuta fuori una bellissima serata che diventerà un cd e che spero possa essere il primo appuntamento di una serie di piccole invenzioni analoghe su cui stiamo cominciando a riflettere.
Perché tutto sommato organizzarla è stato bello, ma viverla lo è stato ancora di più. 
E vedere a concerto finito Di Battista che nel retropalco continua a suonare Bella Ciao coinvolgendo gli altri artisti, ci ha fatto capire che soprattutto a loro dobbiamo un ringraziamento vero, perché sono venuti al Circolo per una vera e sincera testimonianza di impegno civile. 
Cosa che, di questi tempi, non è da poco.




permalink | inviato da orfini il 28/4/2011 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

18 aprile 2011

La risposta di De Bortoli

La risposta di Ferruccio De Bortoli a Stefano Fassina, che aveva segnalato l’oscuramento delle proposte economiche del pd dalle pagine del Corriere per chiedere fossero almeno evitati gli editoriali che sgridano il Pd per non avere proposte, è piuttosto definitiva:

"Caro Fassina, le vostre proposte sono così innovative che passano inosservate. E lei sa che il Corriere è aperto ad ogni vostro contributo. Anche il più inutile. È accaduto spesso”.

Di fronte a questa garbata risposta, ci tengo a esprimere solidarietà ai senatori Pietro Ichino e Nicola Rossi, in effetti gli unici a cui il Corriere si sia spesso dimostrato aperto.




permalink | inviato da orfini il 18/4/2011 alle 11:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

28 marzo 2011

La risposta di Galan

Galan ha risposto sabato, sempre sul foglio ai miei suggerimenti del giorno precedente.
Qui trovate l'articolo.




permalink | inviato da orfini il 28/3/2011 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 marzo 2011

Cosa deve fare (subito) il nuovo ministro

Ho affidato al Foglio di oggi qualche consiglio a Galan.
La cultura ha un nuovo ministro e qualche risorsa in più. Tutto risolto? Non è così. I motivi di allarme sono parecchi. La prima preoccupazione che dovrebbe avere il ministro è per gli effetti di una odiosa tassa sulla benzina utilizzata per coprire il reintegro delle risorse. Non c’è in quella decisione solo la dimostrazione che al tesoro teorizzano risparmi e promuovono sprechi. Per evitare l’ennesima tassa, sarebbe sufficiente cancellare il condono sulle quote latte . C’è qualcosa di più, tipico della weltanschauung di Tremonti: rompere la solidarietà tra mondo della cultura e opinione pubblica. Un atteggiamento che prima di tutto chi è chiamato a dirigere il ministero dovrebbe contrastare.
Ma le questioni non affrontate o mal gestite in questi anni sono molte; alcuni problemi sono ormai talmente urgenti da richiedere un intervento immediato. Temi che proprio su questo giornale avevamo posto a Bondi, ottenendo una risposta tanto promettente quanto priva di conseguenze. Con lo stesso spirito costruttivo e nella chiarezza delle diverse posizioni, riproviamo con Galan, cominciando come allora dalla drammatica precarietà degli operatori del settore, mezzo milione di persone prive di tutele. Certo, servono misure strutturali, quindi tempo e volontà, ma in alcuni casi i problemi possono essere risolti da atti semplici e a costo zero. Pochi esempi tra tutti: perché non ritoccare insieme il codice nei due articoli che riguardano i restauratori e i professionisti dei beni culturali, così da risolvere il tema del riconoscimento che si trascina, con responsabilità di tutti, da decenni? E perché non promuovere una correzione chirurgica della Gasparri per impedire la delocalizzazione delle produzioni, inserendo per le fiction la nazionalità italiana? E poi, perché non ridare impulso al percorso parlamentare di due importanti leggi bipartisan, quella sullo spettacolo dal vivo e quella sul welfare del settore, boicottate dal governo? Certo, in questo caso occorre una copertura, ma parliamo di cifre più che ragionevoli. Infine una questione più generale: in questi due anni al ministero si è introdotto l’utilizzo di meccanismi di gestione straordinaria, dalle ordinanze di protezione civile ai commissariamenti, dall’ uso improprio delle società pubbliche alle nomine di sempre nuove e più costose incompetenze. E’ in questa mutazione genetica del ministero che va inquadrata la vicenda di Pompei (e per questo suggerirei di non indulgere nel tema della crudeltà dell’opposizione, tanto efficace letterariamente quanto falso e auto assolutorio nel merito). Vogliamo andare avanti così?  Perché non imboccare una strada nuova, cominciando dal sospendere il contratto appena sottoscritto con Ales che rischia di trasformare quella società in un’agenzia interinale al servizio del ministero, umiliando competenze, non garantendo stabilità per i lavoratori e drogando il mercato?
Sono solo alcuni esempi del cumulo di problemi su cui siamo seduti. Su molto altro, forse su quasi tutto, col nuovo ministro discuteremo aspramente. Ma su questi temi che riguardano la vita concreta di tanti italiani, lo diciamo da mesi, si può e si deve trovare un compromesso.




permalink | inviato da orfini il 25/3/2011 alle 11:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

21 marzo 2011

A proposito di De Magistris

La notizia è che il lungo iter dell’inchiesta “Toghe lucane” si è concluso con l’archiviazione.
Certo, dire notizia è forse persino troppo dato che i grandi giornali hanno ritenuto di attribuire alla questione al massimo qualche stanco trafiletto.
Niente in confronto al clamore con cui fu seguito l’inizio dell’inchiesta, guidata da De Magistris.
Già da allora ritenevo piuttosto incredibile l’impianto accusatorio, che sostanzialmente individuava in Filippo Bubbico il vertice di una cupola criminale che spadroneggiava in Basilicata.
Avendo la fortuna di conoscere Bubbico, non ho mai avuto dubbi sull’esito dell’inchiesta e ci tengo oggi a sottolineare l’assoluto rispetto per la magistratura con cui lui e gli altri accusati di crimini piuttosto gravi hanno affrontato il calvario di questi anni, uno stile che dovrebbe essere di esempio a molti.
Ma il punto non è questo. Oggi, anche grazie alla visibilità garantita dal clamore mediatico di alcune inchieste, sistematicamente concluse con il crollo del castello accusatorio, De Magistris è diventato un leader politico nazionale e si candida a guidare la città di Napoli.
Bene, non credo che possa cavarsela con un no comment sull’esito di quell’inchiesta.
Credo che, ancor più nella sua nuova posizione, sarebbe assai opportuna una spiegazione e magari anche delle scuse a chi è stato ingiustamente accusato. 
Sarebbe un gesto di civiltà.




permalink | inviato da orfini il 21/3/2011 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

31 dicembre 2010

A proposito della "sfida" di Marchionne

Dall'Unità di oggi.

L'Europa è nel pieno di una crisi economica che ogni giorno presenta un conto socialmente più elevato: aziende che chiudono, disoccupazione che cresce, insicurezza dei destini di vita che accomuna fasce sempre più ampie di cittadini. In Italia la situazione è resa ancor più grave dall'assenza di politiche di sviluppo che favoriscano la ripresa.
La crisi è il campo di battaglia su cui si decide il futuro di una parte del mondo che sta perdendo la sua storica centralità, l'Occidente (e in particolare l'Europa). Conquiste di civiltà che credevamo ormai acquisite rischiano di essere messe in discussione dall'impatto della competizione globale con i paesi emergenti. Quale sarà la direzione che prenderà l'uscita dalla crisi? Cosa diventeranno le nostre società? Dobbiamo rinunciare a quella miracolosa quadratura del cerchio che in Europa ha tenuto insieme diritti, opportunità e sviluppo, e considerare inevitabile l'aumento delle diseguaglianze, il trionfo di un individualismo egocentrico e disperato, la crescita dell'emarginazione e della miseria, con il conseguente aumento della violenza e del senso d'insicurezza, nel generale imbarbarimento dei rapporti sociali e civili che molti raccontano come frutto ineluttabile della modernità? O invece c'è ancora lo spazio per cambiare strada e dare una prospettiva di progresso ai nostri destini di europei?
D'altra parte, è proprio la natura epocale del passaggio che stiamo attraversando che rende così lacerante, anche tra di noi, la discussione sulle scelte della Fiat. Su una cosa sono infatti tutti d'accordo: quello che sta accadendo non può essere sottovalutato, ridotto alla questione del destino di questo o quel singolo stabilimento, perché avrà un effetto sistemico profondo.
Qualche settimana fa, sul Foglio, Paolo Mieli ha definito le scelte di Marchionne "il bandolo americano da tirare per disbrogliare la grande crisi europea", imponendo di conseguenza coerenza nell'istruzione, nella sanità, nel welfare, nell'organizzazione dello stato. Proprio un bel programmino, non c'è che dire, se guardiamo a istruzione, sanità e welfare americani.
Questo dunque è il livello della cosiddetta "sfida di Marchionne". Certo, in questa vicenda si misura anche la capacità dell'Italia di consentire a una multinazionale che vuole investire nel nostro paese di farlo senza doversene pentire un minuto dopo, ma davvero non possiamo offrire uno schema diverso dalla passiva accettazione dello scambio tra lavoro e diritti? Qui non si tratta di essere amici, collaterali o subalterni verso questo o quel sindacato, di spostarsi a sinistra o a destra, ma di indicare quale idea di società abbiamo in mente. Dopo un ventennio di violenta redistribuzione della ricchezza che ha visto crollare i redditi da lavoro e impennarsi i redditi da capitale, dobbiamo chiedere oggi di sacrificare anche i diritti? O non è piuttosto nostro dovere scommettere su una società che produca ricchezza, valorizzando il lavoro e non umiliandolo? Su un'idea di impresa che non orienti le proprie scelte solo ed esclusivamente in base al margine di profitto, ma anche in base alla propria responsabilità sociale. Non è un discorso di estrema sinistra, mi pare. Anzi, sarei lieto che nel Pd gli eredi della tradizione cattolico-democratica ne rivendicassero la primogenitura (che ovviamente contesterei, ma sarebbe, questa sì, una gran bella polemica).
Puntare su questi obiettivi significa ricostruire quel nesso tra soggettività politica e lavoro che da troppo tempo abbiamo smarrito, per colpa della subalternità a un impianto conservatore con cui noi tutti, ma proprio tutti, abbiamo attraversato gli anni 90. E significa anche rimettere davvero radici nella società, cercando di ricomporre le nuove fratture che attraversano il mondo del lavoro. E così facendo dare una risposta alla crisi strisciante delle nostre democrazie, rese fragili dalla crescente sfiducia e disillusione di sempre più larghi segmenti della società che si autoescludono dal sistema della rappresentanza. Questa è la sfida che un grande partito come il nostro deve raccogliere, questo è il "bandolo" che dobbiamo afferrare.




permalink | inviato da orfini il 31/12/2010 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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